Temi

Purtroppo per problemi tecnici in questa sezione siamo riusciti ad inserire solo tre temi, ma altri avrebbero meritato altrettanto. Ci scusiamo pertanto con tutto coloro che si sono trovati esclusi, ma speriamo di  pubblicare ben presto anche loro…!

Una ragazza alla guerra
Francesca si alzò di soprassalto dal letto, sudata e col cuore a mille per lo spavento; il suo sonno tranquillo era stato turbato da un grido lungo e straziante proveniente sicuramente da alcune stanze dell' ospedale, facendo l'infermiera in un ospedale per feriti e mutilati era ormai abituata ai lamenti dei soldati morenti, ai loro pianti, alle loro preghiere; ma quel grido le ricordava la voce di qualcuno in particolare: quella di suo fratello Antonio.
Suo fratello era un ragazzo come tanti, ma quando scoppiò la guerra si convinse che essa fosse una guerra giusta per cui combattere; ma Francesca sapeva che Antonio in cuor suo aveva paura.
Così dopo essersi arruolato, Antonio fu mandato sul Carso o giù di lì e Francesca pur di aiutarlo, pur di far sentire al fratello il suo appoggio decise di diventare infermiera.
Per i due anni seguenti Francesca visse in un ospedale vicino ad un altopiano di Asiago, aiutando quei poveri soldati che arrivavano in continuazione al campo già moribondi e che riuscivano a stento a ricevere l’estrema unzione.
Ma quel giorno a Francesca sentì che forse avrebbe rincontrato, finalmente, il suo amato fratello e così guardando la pioggia battere sulle finestre si avviò verso un grande stanzone che fungeva da dormitorio per i soldati.
Entrata si guardò intorno cercando di scorgere la faccia a lei familiare, ma immediatamente le si avvicinò il medico dicendole che bisognava amputare due gambe a un ferito, la ragazza seguì così il medico in una stanza assolata, dove riposava sdraiato un ragazzo che avrà avuto sì e no diciassette anni, le gambe erano insanguinate e ormai ridotte a brandelli e il poveretto era così avviato al riposo eterno, glielo si leggeva negli occhi e già si scorgeva quel pallore che avvolge invisibile il corpo, finche il respiro si fa più lento e pian piano gli occhi si chiudono.
Durante l'operazione il ragazzo morì, probabilmente per un’emorragia interna, forse non aveva neanche sofferto, forse era contento che il dolore fosse finito, forse...
Forse suo fratello era in quel campo, forse la voce che aveva sentito non era la sua e se l' era solo immaginata.
Quante persone c' erano in quel campo?
Era impossibile riconoscere la voce di qualcuno, pensò.
Quante supposizioni aveva fatto, in fin dei conti doveva solo controllare l’elenco dei ricoverati, s' avviò così verso l'entrata dell’ospedale cercando Marta, un’altra infermiera.
Marta era sua coscritta, era all’ospedale da prima di lei ed era una ragazza bella e alta, di famiglia borghese era diventata infermiera contro la volontà dei genitori, aveva, infatti, desiderato da quando era bambina di fare la dottoressa, di guarire gli ammalati, ma arrivata al campo i suoi sogni s’infransero come un vaso di porcellona, che futuro può avere una dottoressa in un mondo dove regna la morte?
Così da quando l’aveva conosciuta, si era accorta che il tempo dei sogni era finito, e con esso la dolce fanciullezza; non aveva mai visto una trincea, nonostante si trovasse a pochi chilometri di distanza, ma aveva visto gli occhi di quei ragazzi e in essi aveva visto le trincee e le granate.
Trepidante Francesca chiese a Marta se ci fosse un certo Antonio Bianchi nell’elenco.
Marta controllò e con un gesto di diniego congedò Francesca.
Francesca iniziò così il solito giro fra i feriti, medicandoli e rassicurandoli con parole dolci, spesso erano felici di vederla, forse perché essendo una donna poteva ricordare ai soldati la moglie o la madre a casa.
Altri invece la guardavano con occhi spenti erano solitamente i ragazzi mutilati, per altri invece lei era una specie di madre: erano questi i fanciulli tremanti come pulcini che la guerra aveva svezzato troppo presto e intanto le si chiedeva come fosse possibile che quei ragazzi così giovani fossero mandati a morire in quei maledetti fossi, com’era possibile?
Come tutte le altre sere, dopo aver mangiato qualcosa dopo l’operazione, andò a dormire.
Nemmeno di notte era tranquilla, sognava spesso di tornare a casa e di giocare con le sue amiche, ma più di ogni cosa soleva sognare il fratello mentre questi pescava sulla riva del fiume.
Quando si risvegliò la mattina dopo, il sole baciava l’altopiano, scaldando il cuore di medici e soldati, qualcuno addirittura ormai guarito chiese di poter fare una passeggiata, così Francesca portò fuori un ragazzo senza un occhio e il naso; era felice di passeggiare e mentre camminavano colse alcuni fiori facendo una ghirlanda, che avrebbe regalato alla sua bella.
Durante la passeggiata Francesca vide un ragazzo strisciare giù per il sentiero, aveva le mani monche e la sua divisa era tutta insanguinata, così l’infermiera lo portò al campo.
Lì, fu operato d’urgenza e gli fu amputato un braccio, qualche ora dopo il ferito fu portato su un letto; Francesca lo riconobbe, era suo fratello, n’era sicura, il volto e gli occhi erano gli stessi, lo aveva trovato!
Chiese al medico se sarebbe guarito e questi disse di essere dubbioso riguardo alla sua guarigione, Francesca gli stette accanto tutto il giorno, finche la sera si coricò.
Nonostante l’avesse trovato provava una sensazione di vuoto, e se fosse morto?Ma era così sicura che fosse lui?
Mentre pensava a queste cose il sonno la colse.
La mattina dopo s’avviò trepidante verso il ferito, quest’ultimo era sveglio e l’infermiera corsa al suo letto gli chiese come si chiamasse.
Fu come se una granata gli avesse colpito il cuore, incredula richiese al ferito come si chiamasse, ma questi respirava a fatica, la morte lo stava cogliendo, già le pupille si allargavano e il volto era già scosso da tremiti e solcato da lineamenti duri, innaturali, Francesca lo implorò chiedendogli quale fosse il suo nome, ma il ragazzo con le ultime forze le diede un foglio che nascondeva nel giubbotto per poi spirare; il volto aveva ormai perso la sua naturalezza, ma conservava dopotutto un espressione serena.
Francesca guardò così il foglio, vi erano scritti un indirizzo e un nome, Paolo Castelli.
Francesca capì che probabilmente il defunto chiedeva che fosse portata la notizia della sua morte alla madre; il ragazzo fu poi portato nelle fosse comuni e Francesca andò a parlare con il medico che dirigeva l’ospedale chiedendogli di essere congedata per adempiere la richiesta del poveretto.
Il medico acconsentì e il giorno dopo Francesca raggiunse il treno che l’avrebbe riportata a casa; per tutto il viaggio pensò a come la guerra, pur non avendola vista direttamente, l’avesse segnata in modo indelebile.
Negli occhi dei soldati, riusciva a vedere le granate, la trincea, i corpi dilaniati e in essi poteva vedere l’immagine del fratello; chissà quante volte l’avrà ricordata durante gli assalti sapendo che quei momenti avrebbero potuto essere gli ultimi della sua vita.
La sera ormai avanzava e la ragazza capì cosa voleva dirle quel ragazzo morto, lei sarebbe tornata a casa per testimoniare quello che aveva visto attraverso quei ragazzi e per far sì che ogni soldato che abbia preso parte alla guerra sia ricordato come uomo e non come numero.
Scese dal treno, era ormai notte, la luna tondeggiava alta nel cielo, si guardò intorno, la guerra era ormai alle sue spalle.
Francesco Galesso

Fratelli di guerra
“Perché hai preso lui? Perché!” urlò tra i singhiozzi l’ufficiale Canzi:   “Prendi me, prendi me…” ripeté a voce alta guardando il cielo, cercando “qualcuno” che in quel periodo pareva non esserci.
Il sottufficiale, disperato, stava riverso sul corpo del suo unico amico, col quale, durante la guerra, era come un’unica persona, come il corpo ha bisogno di anima per vivere, lì Antonio Canzi aveva bisogno di Giuseppe, il suo compagno ormai fratello.

Tutto era incominciato con il trattato di Londra, quando l’Italia firmò, quindi giurò, fedeltà alla nuova alleanza, che la contrapponeva all’Austria.
In quei due mesi dopo l’alleanza segreta le strade italiane erano state tappezzate di manifesti di vario genere contro gli imperi centrali,  annunciando la prossima entrata in guerra.

In Brianza l’agiato proprietario terriero Canzi, sottufficiale dell’esercito italiano, ascoltava le varie voci e dicerie delle classiche donne dell’alto milanese sulla guerra, rimanendo indifferente; la sua vita non cambiò, a differenza di quella di altre persone.
Il sottufficiale aspettava solo una lettera , quella lettera che gli avrebbe  dato un biglietto, forse di sola andata, per il fronte.
Non attese a lungo, la settimana successiva la dichiarazione di guerra, arrivò il postino in divisa con una sacca piena di buste. Ne tirò fuori una e la diede a Canzi dicendo: “ Bentornato nell’esercito signor Canzi, o meglio, sottufficiale Canzi ”.

Intanto, poco più a sud, a Milano, Giuseppe che era un giovane uomo, notò con grande interesse i muri tappezzati di manifesti che chiamavano a raccolta l’esercito e i volontari alla caserma di Pavia per l’arruolamento.
Pieno di spirito com’era, Giuseppe tornò a casa dai suoi, preparò una valigetta e qualche lira, evitò i tentativi dei genitori di farlo ragionare su ciò che potrebbe accadere e dei pericoli della guerra, ma se ne andò salutandoli velocemente per dirigersi alla stazione che l’avrebbe portato a Pavia.
                                                              
Arrivato a destinazione, Giuseppe notò con grande interesse l’enorme quantità di gente proveniente dalla Lombardia, tutti parevano ai suoi occhi coraggiosi e fieri di ciò che stavano facendo: si sarebbero presto resi conto del vero aspetto della guerra.

Il tempo in caserma volò via; le tre settimane sembravano formate da due giorni ciascuna.                                                                                                                                                                     La compagnia del milanese Giuseppe fu affidata al brianzolo Canzi. Quest’ultimo aveva un cuore d’oro: la sezione nelle sue mani era perlopiù costituita da pargoletti(così chiamava l’ormai promosso ufficiale, i ventennio volontari) e, uno a uno, diede loro un supporto morale. Uno di loro in particolare, Giuseppe, si avvicinò all’ ufficiale amichevolmente chiedendo informazioni sulla guerra ad esempio se sapeva quale sarà il loro primo compito e il veterano rispose con tono dolce che non ne aveva idea e che lo avrebbe saputo solo quando sarebbero arrivati al campo sull’ altopiano di Asiago. Da quel momento era diventati amici e poteva separarli solo la morte. Dopo le tre settimane di esercitazioni si partì quindi verso il campo poco distante dal fronte.
Al campo trovò risposta la domanda del giovane, infatti la compagnia ricevette l’ordine di posizionare immediatamente  l’artiglieria da campo sulle vette prima degli austriaci: “Lavoro facile” disse il giovane soldato milanese: “Speriamo, speriamo che non ci abbiano anticipato quegli austriaci” rispose meditando Antonio Canzi. Si misero quindi in cammino.
Ormai da quasi tre ore marciavano trascinando gli armamenti, la vetta doveva essere vicina ma, salendo la montagna, la vista della compagnia venne offuscata da una nebbia piuttosto fitta. L’esercito incominciò a discutere sulla complicazione del lavoro e della iella che avevano. Più tardi l’ufficiale sentì altre voci. Fece cenno con la mano di fare silenzio e disse “Preparate i fucili e incominciate a posizionare l’artiglieria , io avanzo e preparatevi al fuoco!”.
Il brianzolo prese il fucile e lo caricò, salì sulla vetta, notò tre cannoni e una decina di soldati austriaci,quasi bestemmiò, ma tornò giù e fece cenno ai suoi di caricare il fucile: si sentì un rumore forte quando ubbidirono; l’ufficiale si rese conto del silenzio che c’era, sentì altri fucili caricarsi, attese un attimo e urlò a gran voce : “Ci hanno scoperti, fuoco!”. La compagnia si appoggiò a delle pareti di roccia e incominciarono a sparare, erano in maggioranza numerica, la vittoria era certa.
Durante la battaglia Giuseppe stava con Canzi, erano sempre più legati.
La battaglia non durò a lungo, ma la compagnia contava già tredici morti, ci guadagnò due cannoni e una vetta. Una dozzina di uomini rimasero sul monte mentre la compagnia portava i cadaveri in caserma e si “ rifornì” di reclute e di viveri.
Il dì seguente Canzi ricevette il compito di stanziare la truppe in trincea. Iniziava quindi anche per loro un crudele stillicidio. La compagnia però esultò perché combattevano per la patria insultando gli austriaci, anche Antonio pareva felice, ma dentro pensava al peggio.
La sera successiva furono quindi spediti al fronte. Giuseppe intanto si faceva conoscere  a Canzi: i due erano due inseparabili amici del cuore.
La trincea era pesante per i soldati, loro dovevano difendere gli assalitori italiani e continuare a sparare a qualche  austriaco che tentava di avanzare verso la trincea.

Quattro mesi passarono in tal modo e alla sera non si faceva altro che parlare di casa, della ragazza, della moglie e anche di porcherie varie. La compagnia diventava sempre meno numerosa per i bombardamenti dei bimotori austriaci; continuavano ad arrivare reclute in condizioni sempre più disastrose, addirittura prive di elmetto, essenziale per la trincea: erano buttati allo sbaraglio.

La guerra  durava da ben due anni, i due avevano resistito anche alla disfatta di Caporetto e ad ogni altro tipo di assalto, erano gli esperti ormai ma non vollero mai avanzare i ava scoperta, preferivano la trincea per proteggersi.
Al quartiere generale, i più alti gradi dell’esercito decisero per un grande attacco generale: “Bisogna dare il tutto per tutto” disse uno dio loro: “Mandiamo in avanzata la sezione dell’ufficiale Canzi, è in trincea da due anni ormai e ci sta difendendo con onore, mandiamo lui!”. Nessuno rispose, alte quattro compagnie erano al fronte ma molto lontano e non c’era scelta.

La sera dello stesso giorno, il carro dei rifornimenti era in ritardo al fronte.
Quando finalmente arrivò, un uomo scese dal carro e diede all’ufficiale brianzolo una lettera con scritto: “State combattendo con onore e la vostra compagnia ci ha difeso a lungo. Ma ora dovrete conquistare la trincea nemica a tutti i costi. La ricompensa la sapete. Il quartier generale”.

Canzi rimase  stupito, quando la lesse, lo sapeva, se non l’avesse fatto l’avrebbero giustiziato, ma  se lo faceva sapeva che quella era la sua ora.
Corse subito da Giuseppe suo amico : “Domani si parte, amico”. Quella notte nessuno dei due dormì.  Pensarono a quello che sarebbe successo, alla loro fine quasi certa.
Alle ore 5 dell’indomani mattina l’ufficiale svegliò la compagnia: in sette erano stati con lui fin dall’ inizio, gli altri erano reclute. Canzi disse: “Si va alla conquista della trincea di quei cani austriaci”. In mezz’ora tutto era pronto… l’assalto aveva inizio. La compagnia venne divisa, una parte con Antonio e una con un caporale; ovviamente Giuseppe era con Antonio. Quest’ultimo guidava l’avanzata mentre l’altro finì nelle retrovie.

L’ufficiale guidò i suoi per i monti, avvisando gli artiglieri sulle vette di fare fuoco sull’artiglieria nemica, rendendogli facile il passaggio.
Si trovò dietro la trincea austriaca, doveva solo dare l’ordine… attese, poi fece segno ai suoi di avanzare.
Nella trincea nemica  Giuseppe e Antonio  erano spalla a spalla sparando agli avversari. Gli Austriaci continuavano ad affluire, molti cedettero ma altri resistettero: in 11 erano rimasti della compagnia di Antonio. L’artiglieria fece fuoco sulla trincea, il caporale con metà sezione di Antonio fece andare alla carica tutti gli uomini, sopra di loro caccia e bombardieri si diedero battaglia, era un vero e proprio assalto decisivo.
L’euforia dei due amici era alle stelle fino a quando l’ufficiale non sentì più il fucile di Giuseppe sparare. Mentre egli continuava ad uccidere nemici.
L’assalto durò più di due ore e si concluse con la vittoria italiana.
L’ufficiale esausto si potè girarsi, cercò Giuseppe ma lo vide a terra e gridò: “Perché hai preso lui? Perché ?!” poi, tra i singhiozzi: “Prendi me, prendi me! ” ripetè a voce alta guardando il cielo cercando qualcuno, un Dio che in quel periodo di guerra pareva non esserci.

 Michael Saggin


Riflessioni dopo la visita sull’Altopiano di Asiago ai luoghi storici della Grande Guerra
Perché?
Questa è stata la mia prima domanda di fronte all’esperienza vissuta sull’Altopiano di Asiago e ai luoghi che ho visitato.
È la stessa domanda che mi pongo leggendo i libri di scuola che spiegano le vicende della prima Guerra Mondiale, ma questa volta è diversa: è più insistente, più profonda e credo che rimarrà indelebile dentro di me.
Studiando sui testi di scuola, il perché appare chiaro: rivalità fra gli stati, cause economiche, militari, culturali ed infine l’attentato di Sarajevo nel Giugno del 1914.
Tuttavia questa spiegazione così minuziosa e dettagliata non è quella che cerco io e non credo che sia minimamente sufficiente per spiegare l’orrore scaturito con il Grande Conflitto.
È una domanda che non riesco a soddisfare, una domanda alla quale non riuscirò mai a dare una risposta convincente.
Quello che ho visto, che ho conosciuto e capito durante l’ esperienza della gita ha come creato un vuoto dentro di me, colmo di orrore, paura e di impotenza.
Mi sentivo abbattuta e scoraggiata e quel vuoto aveva preso il sopravvento su tutte le altre emozioni e su tutti gli altri pensieri.
Mi sentivo in colpa: quei soldati avevano toccato con mano la morte e la disperazione, erano morti giovani nel cuore della vita ed io stavo trascorrendo una fantastica gita con i miei amici.
Non era giusto, non poteva essere giusto.
Ero delusa, delusa e spaventata dal grande male che l’uomo può provocare, dall’odio così profondo che porta gli uomini ad inventare nuove strategie e nuove tecniche per poter infliggere sempre più dolore e distruzione al nemico, dall’odio e dalla ferocia che ti fanno dimenticare che il nemico è un uomo come te, dall’odio e dalla paura che ti trasformano in un animale, ti rendono indifferente e ti fanno dimenticare che sei un uomo, una persona.
Durante la visita al Sacrario di Asiago quel vuoto dentro di me si faceva quasi concreto nelle interminabili caselle con nomi di soldati impressi sopra; ogni nome una storia, una vita cancellata, ma soprattutto quando vedevo la scritta “ignoti”, lì quel vuoto lo potevo toccare con mano.
Nel Sacrario ho avuto inoltre la fortuna di leggere la lettera di un soldato ai suoi genitori.
Egli l’ ha scritta perché sapeva di andare incontro alla morte, ne era sicuro.
Aveva circa vent’anni e voleva vivere.
Non ha potuto.
Nella lettera diceva che si sarebbe sentito in colpa se “non avesse dedicato gli ultimi suoi istanti di libertà ai suoi genitori” .
Era cosciente di dover morire, eppure nella sua lettera diceva anche che sarebbe andato in una vita più felice e che le sue preoccupazioni si sarebbero così concluse; inoltre intimava ai suoi genitori di non preoccuparsi per lui, ma di essere forti, proprio come lui.
Non provavo compassione per quel soldato, come neanche per tutti gli altri, non sarebbe stato corretto, anzi aveva tutto il mio rispetto, la mia stima e la mia gratitudine.
Quella lettera mi ha, infatti, aiutata molto.
Inizialmente mi sentivo impotente, non riuscivo a capire cosa potevo fare per quei soldati ma sapevo di non poter restare indifferente, rimanere colpita ed impressionata per qualche ora e poi basta, tutto come prima.
Poi ho capito: devo ricordare.
Devo ricordare quello che è successo, quello che ho visto e quello che mi hanno raccontato; non posso dimenticare; è l’ unico modo per rendere onore a quei soldati e per evitare che si ripetano queste cose: non è molto, ma è quello che posso fare.
Annalisa Rigamonti
                                                        
Un medico in trincea

20 settembre 1916
Mi chiamo Tyaden Katsinki, ho venticinque anni e sono un medico.
Ero da poco laureato quando mi spedirono al fronte. Inizialmente ero orgoglioso di questo incarico: dottor Katsinki, medico di guerra; pensavo di riuscire a cambiare il corso delle cose, pensavo che sarebbe stato semplice guarire i feriti, curare gli ammalati e contribuire così alle sorti del conflitto.
Quando capii veramente che cos'è la guerra, cambiai idea, ma le mie opinioni qui non contano.
Ho deciso di tenere un diario per due motivi: il primo perché spero che un giorno qualcuno lo troverà e leggendolo possa capire almeno che orrore è la guerra; il secondo perché spero, almeno in parte, di sfogare l'angoscia, la paura ed il terrore che ogni giorno mi invadono sempre più e diventano sempre più insopportabili.
Non sempre avrò tempo per scrivere su queste pagine, ma cercherò di riempirle il più possibile.
Adesso devo andare. È arrivato un altro carico di feriti, maggior parte dei quali resisteranno solo qualche giorno, per poi lasciare questo mondo pieno di morte e distruzione.

28 settembre 1916
Qui è l'inferno.
È da tre giorni che non dormo; arrivano sempre più feriti e sempre più gravi. Io sono un medico, ma la mia presenza qui non ha senso.
Sono inutile. Ogni giorno vedo decine di soldati che muoiono, muoiono dopo lunghe e penose agonie di atroci sofferenze...e noi, noi medici non possiamo fare nient'altro che portare via il morto per liberare un nuovo letto per nuovi feriti. Lavoriamo freneticamente, come delle macchine: la situazione è insostenibile... tentiamo di fare l'impossibile, ma solo pochi sopravvivono, troppo pochi... Molti rimangono invalidi, senza una gamba, senza un braccio...moltissimi  senza la ragione...
se qui è così terribile, in trincea come sarà? 

3 ottobre 1916
Oggi è il mio compleanno, oggi ho ventisei anni.
La mia cara mamma mi avrebbe svegliato presto e mi avrebbe  tirato le orecchie, come sempre; poi mi avrebbe donato il suo regalo, sempre il più speciale perché acquistato con tanto sacrificio. Per il pranzo avrebbe preparato con tanta cura i miei piatti preferiti e per la cena la sua torta migliore... Oh, mamma! Quanto mi manchi! 
Qui tutti cercano la mamma: i feriti in fin di vita la chiamano prima di andarsene; i soldati nei momenti più difficili pensano alla loro mamma, così lontana, ma sempre più vicina!
Anch'io ti penso mamma, ricordo il giorno della partenza: tu che piangevi ed io che ti consolavo, sicuro di me e gonfio di orgoglio. Adesso io avrei bisogno del tuo affetto ed io piangerei lacrime liberatorie mentre tu mi accarezzeresti il capo... Oh mamma!

12 ottobre 1916
Oggi il 12 ottobre 1916 è morto Karl Muller a causa di una ferita da granata.
È uno dei tantissimi soldati che ogni giorno spariscono da questo mondo ingiusto e pieno di sofferenza. Uno dei tanti.
Questa volta però il soldato era mio amico. Il mio migliore amico; ed ora non c'è più...
Stavo camminando tra i letti dei feriti, per rendermi conto della situazione, quando sentii una flebile voce che mi chiamava, per nome.
Era Karl. Era pallido, il volto sembrava una maschera deformata dal dolore. Con coraggio mi avvicinai a lui e mi appoggiai al suo  letto.
Karl parlava a fatica, allora io mi misi a raccontare di quando eravamo giovani e spensierati, di quando giocavamo insieme nei boschi, di quando la guerra non c'era... lui intanto piangeva, non voleva abbandonare questo mondo, aveva ancora molte esperienze da conoscere, da provare, voleva ancora correre nei boschi con i suoi amici...voleva vivere e aveva tutto il diritto di volerlo, ma non ci riuscì. Fra le lacrime mi salutò, per l'ultima volta...
Un nuovo letto si era liberato...

13 ottobre 1916
Perché? Perché tutto questo?
Quando finirà questa atroce e crudele guerra?
Quando cesserà tutto questo orrore?
Cos'hanno fatto di male questi poveri soldati per meritarsi una punizione così feroce e terribile?
Perché?
Nulla ha più senso per me.

29 novembre 1916
Grazie, una parola semplice, ma fondamentale, piena di significato.
Oggi un soldato mi ha detto grazie, mi ha ringraziato perché sono riuscito a salvarlo durante un'operazione!
Ora è vivo, non è pienamente in forma, ma è vivo e con un po' di pazienza si rimetterà completamente.
Quella semplice parola mi ha riacceso la voglia e l'entusiasmo di continuare, nonostante tutto.
Sono finalmente soddisfatto di me stesso come non lo ero da mesi!
Mi sono fermato a parlare con quel soldato e ho così trascorso una piacevole serata in sua compagnia, siamo diventati amici e credo che non lo dimenticherò molto facilmente.
Può sembrare banale, ma l'incontro con questo soldato ha dato senso al mio lavoro. Certo i  morti ci sono a decine, il lavoro è spesso insostenibile, l'angoscia e la paura sono all'ordine del giorno, ma io posso fare qualcosa (seppur piccola), per alleviare il dolore di questi uomini, uomini che stanno combattendo e donando la loro vita anche a me.
Adesso devo andare, vado a visitare i miei soldati, i miei pazienti: so che il mio lavoro è paragonabile ad una nullità, ma è l'unico modo con il quale posso ringraziare quei soldati, quegli uomini, che ogni giorno subiscono quelle atrocità e quell'orrore che è la guerra.   

Annalisa Rigamonti